Scorda i velluti rossi e le file di poltrone. A Catania il teatro si fa nei cortili nascosti, nei garage riconvertiti, nei giardini privati dove l’unica scenografia è una luce soffusa e qualche seggiolina di recupero. Niente palcoscenico che separa, niente platea che gerarchizza. Solo la stessa stanza, la stessa ora, la stessa luce per tutti.
Il pubblico siede per terra o su cuscini, con un calice in mano. Gli attori entrano da una porta comune, quella che usavi anche tu per arrivare. La distanza tra chi guarda e chi recita è quella di un respiro — e si sente, nel modo in cui una battuta arriva, nel modo in cui il silenzio pesa.
Gli spettacoli sono scritti, diretti e interpretati da artisti locali che hanno scelto deliberatamente la forma piccola. Non per mancanza di mezzi, ma per convinzione. Il teatro intimo non è teatro minore — è teatro che ti tocca da vicino, che non ti lascia il tempo di distrarti, che ti chiede di essere presente.
Dopo lo spettacolo si resta. Prosecco, chiacchiere, quella sensazione rara di aver condiviso qualcosa con degli sconosciuti che adesso non lo sono più del tutto. È il momento che spesso vale quanto lo spettacolo stesso.
Lo trovi nei quartieri del centro storico — San Berillo, Civita, i cortili barocchi che d’estate diventano luoghi improbabili e perfetti. L’architettura fa da scenografia senza volerlo: una colonna, un arco, una parete di pietra lavica. Gli annunci arrivano tardi, spesso via Instagram, spesso con poche parole. Seguili. Vale la pena.
